Le patologie

 

Le patologie che affliggono le api.

Nel testo che segue, le malattie delle api vengono suddivise in malattie della covata e malattie dell’insetto perfetto, includendo fra queste ultime anche le micosi o malattie da funghi; è pero bene ricordare che alcune malattie, quali ad es. l’acariosi, danneggiano sia la covata che l’ape sviluppata.

Malattie della covata

Varroasi

Patologia dovuta all’infestazione dell’acaro denominato Varroa jacobsoni (in seguito mutato in Varroa destructor); è originario dall’Asia e si è diffuso presso di noi a causa delle importazioni/esportazioni di api. Attualmente rappresenta il nemico più pericoloso per le nostre api.

L’acaro varroa, di colore bruno-rossiccio è facilmente visibile ad occhio nudo (misura circa 1,2 mm di lunghezza e 1,6 mm di larghezza, ha 4 paia di zampe) e spesso lo si nota sotto l’addome delle api adulte, che utilizza principalmente come mezzo di trasporto, pur non rinunciando a succhiarne l’emolinfa.

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Fig. 1 – Femmina adulta di varroa jacobsoni vista dal ventre (sinistra), dal dorso (destra) e ancora vista dal ventre (sotto).

Immagini tratte da “L’Apicoltore Moderno” Università di Torino, Osservatorio di Apicoltura “G. Angeleri”.

Il vero pericolo è rappresentato dalla modalità con la quale si riproduce: la riproduzione avviene all’interno delle celle di covata delle api e i giovani acari si nutrono delle larve di api.

Pur privilegiando le celle dei maschi, l’acaro frequenta anche celle di operaie e regine; esso penetra nell’alveolo prima dell’opercolatura, succhia l’emolinfa della larva e depone le uova all’interno della cella (4 a 6 uova, una femmina adulta compie circa 7-8 cicli nel corso della sua vita). Dopo 2 giorni avviene la schiusa e i giovani acari continuano a nutrirsi della larva e della pupa sino a che essa non muore o non esce dalla cella, indebolita, spesso deforme e scarsamente vitale. L’acaro completa il proprio ciclo riproduttivo in 8 giorni, al termine del quale gli esemplari adulti possono accoppiarsi. La vita dell’acaro ha una durata di circa 2 mesi durante la stagione estiva e di 6 mesi durante l’inverno, che l’acaro trascorre sul corpo delle api riunite in glomere.

All’avvio della primavera, con la prima covata, l’acaro riprende la sua attività riproduttiva. Questo acaro è ormai presente in tutti gli alveari; se non viene combattuto il numero di acari tende ad aumentare (all’incirca raddoppia ogni mese) e la famiglia si estingue entro l’anno (collasso in presenza di 5-6000 acari).

La lotta contro l’acaro varroa ha costretto gli apicoltori a modificare la conformazione delle arnie provvedendole di un fondo a rete e di un cassetto metallico detto ‘cassetto-test varroa’ o ‘fondo antivarroa’, mediante il quale è possibile controllare la caduta degli acari provocata dalle disinfestazioni.

Il metodo più diffuso di lotta all’acaro varroa avviene con l’applicazione di più trattamenti nel corso dell’anno:

  • a novembre-dicembre, in totale assenza di covata e temperature esterne non inferiori ai 5 gr, l’alveare viene trattato con l’acido ossalico utilizzando le seguenti proporzioni:
    • concentrazione di 80 gr di acido ossalico diidrato, 400 gr di zucchero, 1 lt di acqua demineralizzata da applicare a sgocciolamento in misura di 5 ml/cc per ogni favo coperto d’api e in base alla forza della famiglia; sgocciolare con siringa fra 2 favi o sul dorso del favo
    • oppure con una dose più energica di 100 gr ossalico diidrato, 1kg zucchero e 1lt d’acqua demineralizzata: dose più energica sempre da applicare a sgocciolamento in misura di 5 ml/cc ogni favo
    • oppure con 28 gr ossalico diidrato, 1 lt di acqua demineralizzata da nebulizzare su ogni facciata dei favi in misura di 5 ml/cc per ogni facciata di favo popolato, possibilmente senza irrorare la regina

    Questi trattamenti, eseguiti in assenza di covata, portano quasi all’azzeramento della presenza degli acari, i quali purtroppo, avranno modo di riprendersi nel corso della stagione.

    Nota: il trattamento a base di acido ossalico sgocciolato non può essere ripetuto troppo spesso (max 2/3 volte all’anno) perché tossico e metterebbe a repentaglio la vita della famiglia; è pertanto necessario accertarsi di eseguire il trattamento in totale assenza di covata

  • ad agosto con un trattamento tampone utilizzando prodotti a base di timolo (api life var, apiguard, timolo in polvere: 0.25 grammi per ogni telaino interamente popolato di api ogni 4 giorni per almeno 5 volte); questo trattamento viene effettuato in presenza di covata e non può colpire gli acari instauratisi negli alveoli opercolati: è utile per limitare l’infestazione. I preparati a base di timolo sono efficaci solo se vengono rispettati i parametri di temperatura entro i quali essi liberano i propri principi attivi; non possono quindi garantire una completa efficacia. In alcune condizioni (in genere in presenza di temperature elevate o di eccessivo affollamento) provocano sciamature o saccheggi. Negli ultimi anni sembra essersi sviluppato un fenomeno di resistenza degli acari anche a questi prodotti, o comunque essi sembrano avere minore efficacia e essere di difficile applicazione a causa dell’eccessiva dipendenza dalla temperatura.
    Per queste ragioni molti apicoltori hanno sostituito il trattamento a base di timolo con quello a base di acido formico, impregnando una spugnetta e introducendola nel cassetto test (la spugnetta può essere sostituita da 3 fogli di carta assorbente tipo Scottex Casa) con 10 ml/cc di acido formico con temperatura esterna di 20 gradi, oppure con 15 ml/cc con temperatura esterna di 15 gradi o 20 ml/cc con temperatura esterna di 10 gradi. Il prodotto agisce per evaporazione che deve essere rallentata il più possibile, agendo preferibilmente al mattino presto. Il prodotto può disturbare le api, le quali possono reagire uscendo dal nido e generare fenomeni di saccheggio. Si consiglia pertanto di richiudere il cassetto test gradualmente, osservando la reazione della famiglia, eventualmente sospendendo il trattamento in caso di reazioni eccessive. Il trattamento deve essere effettuato ogni 3 giorni e va ripetuto finché non si arresta la caduta.
    Come tutti i trattamenti chimici, sia il timolo e sia l’acido formico possono provocare fenomeni di rallentamento della covata
  • in primavera è possibile utilizzare il metodo bio-meccanico, il quale sfrutta la tendenza degli acari ad affollare le celle maschili: viene utilizzato un apposito telaio a 3 settori che invoglia le api a costruire celle maschili; settimanalmente vengono distrutte tutte le celle presenti nel settore opercolato, eliminando cosi’ anche una buona parte di acari. Vedi il paragrafo “Telaino indicatore e lotta bio-meccanica (metodo Campero)” nella sezione Conduzione
  • saltuariamente, come trattamento tampone è possibile trattare con acido lattico a spruzzo (15% acido lattico, 85% acqua distillata) per ridurre l’eccessiva presenza di acari
  • nell’ultimo periodo si sta diffondendo l’uso mensile di acido ossalico sublimato applicato sul davanti dell’alveare (o sul retro con apposito foro) mediante un apposito apparecchio che consente l’evaporazione diretta dell’acido ossalico. Questo trattamento, seppure provocando una certa agitazione fra le api, non richiede un dosaggio basato sulla forza della famiglia e può essere ripetuto senza provocare problemi di tossicità nelle api; particolare attenzione deve invece prestare l’apicoltore per evitare danni derivanti dalla respirazione del liquido sublimato
  • un altro valido metodo di lotta integrata è rappresentato dal blocco della covata, metodo con il quale viene impedita la deposizione della regina favorendo la disinfestazione del nido dall’acaro varroa (in assenza di covata l’acaro non trova protezione e i trattamenti risultano piu’ efficaci). Vedi il paragrafo “Blocco della covata” nella sezione Conduzione.

Nota: nel testo sono stati indicati solo metodi compatibili con l’apicoltura biologica.

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Fig. 1 – Esame della covata opercolata.

Fig. 2 – Pupa di Apis mellifera carnica con femmina di Varroa jacobsoni.

Fig. 3 – Femmina adulta di Varroa jacobsoni su addome di operaia di Apis mellifera carnica.

Fig. 4 – Varroa jacobsoni (a destra) e Braula coeca (a sinistra): il colore e le dimensioni di questi due nemici delle api sono molto simili.

Immagini tratte da “L’Apicoltore Moderno” Università di Torino, Osservatorio di Apicoltura “G. Angeleri”.

In breve:

SINTOMI

  • api danneggiate, inattive e portatrici di acari
  • diradamento della famiglia
  • acari visibili nel ‘cassetto test antivarroa’

CURA SUGGERITA

  • trattamenti a base di acido ossalico
  • trattamenti a base di timolo
  • trattamenti a base di acido lattico

PREVENZIONE

  • trattamenti limitativi dell’infezione
  • continuo monitoraggio degli alveari
  • pulizia degli alveari
  • riunione di famiglie deboli: lo scopo è di arrivare al trattamento invernale con famiglie forti

Vedi l’articolo del prof. Aulo Manino tratto da “L’Apicoltore Moderno” Università di Torino, Osservatorio di Apicoltura “G. Angeleri”:

Biologia Varroa Jacobsoni Aud.

Peste americana

Si tratta di un batterio (bacillus larvae) il quale, con lo scopo di riprodursi, attacca l’apparato digerente della covata a tutti gli stadi di sviluppo, moltiplicandosi rapidamente. Le larve non muoiono generalmente prima dell’opercolatura. In genere la covata si presenta a mosaico e con opercolatura infossata e forata, perché le api cercano di rimuovere le larve morte affinché la regina possa deporre, ma riescono a farlo con molta difficoltà e in modo irregolare.
All’interno dell’alveolo la larva morta ha un colore bruno scuro; estraendola con uno stecchino o con un chiodino essa produce dei filamenti appiccicosi lunghi 5/6 cm. L’odore della covata colpita ricorda quello della colla animale da falegname.

Le api che cercano di rimuovere le larve morte trasmettono le spore alle altre api e contagiamo miele, gelatina reale e tutto ciò che è presente nell’alveare, provocando un aumento progressivo dell’infezione.

Un alveare infetto non può mai essere disinfestato completamente; al di fuori dall’apparato digerente delle larve d’api, il bacillo si trasforma in spore e l’infezione può arrestarsi temporaneamente e riprendere successivamente, anche a diversi anni di distanza (anche dopo 30-35 anni). Il rischio di contagio degli altri alveari è molto alto ed è favorito dai saccheggi, dalla transumanza dei fuchi, dagli abbeveratoi comuni e dalla conduzione dell’apicoltore che spesso riutilizza favi di altri alveari o mangimi a base di miele contaminato.

Non esiste al momento (2008) una cura definitiva per questa malattia che colpisce circa il 10% degli alveari.

L’uso di antibiotici provoca un arresto temporaneo del contagio uccidendo il bacillo, ma non ha potere contro le spore ed ha il difetto di contaminare il miele prodotto; inoltre, il batterio sta sviluppando una notevole resistenza ai prodotti utilizzati, anche in seguito ai trattamenti preventivi effettuati da numerosi apicoltori. Si ricorda che l’uso di antibiotici, oltre ad essere scarsamente efficace è inquinante e pericoloso per la salute umana e il suo impiego non è consentito dalla legge italiana.

Una seconda soluzione, anch’essa non sempre efficace (perciò rischiosa per la possibile estensione del contagio) è la messa a sciame; questo metodo consiste in un doppio travaso delle api dall’arnia infetta ad una nuova arnia fornita di soli fogli cerei, i quali, una volta costruiti, vengono distrutti e rimpiazzati con altri fogli cerei. Ovviamente tutti i favi dell’alveare appestato vengono distrutti, mentre l’arnia può essere disinfettata e riutilizzata. Con la messa a sciame si costringono le api adulte a consumare il miele infetto contenuto nella loro ingluvie per la costruzione della prima serie di fogli cerei, evitando di trasmettere l’infezione alla nuova covata che si svilupperà nella seconda serie di favi.

La soluzione definitiva, anche se la più drastica è quella della soppressione della famiglia (alla sera con gas solforico (anidride solforosa)) e della distruzione col fuoco di tutti i telaini dell’alveare; l’arnia può essere salvata se sottoposta ad un energico e accurato trattamento a base di acqua bollente e soda caustica e successivamente passata alla fiamma e raschiata.

Il miele contaminato non è pericoloso per l’uomo ma è bene evitarne la smielatura per non contagiare i telaini degli altri melari e trasmettere l’infezione ad altri alveari. Ricordiamo che la costante pulizia degli alverari e la sostituzione dei telaini del nido (almeno 2 all’anno) limita il diffondersi di tutte le malattie delle api.

In breve:

SINTOMI

  • covata irregolare
  • opercoli infossati e forati
  • larve morte appiccicose e filamentose
  • odore di colla da falegname
  • scaglie aderenti agli alveoli

CURA SUGGERITA

  • soppressione della famiglia mediante asfissia con gas solforico (pastiglia di zolfo bruciata) alla sera in presenza di tutta la famiglia
  • bruciatura di tutti i favi e telaini in buca di media profondità
  • sterilizzazione dell’arnia mediante raschiatura, lavatura con acqua bollente e soda caustica al 10% e successivo passaggio alla fiamma
  • sterilizzazione degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma azzurra

Vedi gli articoli dei prof.i Aulo Manino e Fausto Patetta tratti da “L’Apicoltore Moderno” Università di Torino, Osservatorio di Apicoltura “G. Angeleri”:

  • Trattamento degli alveari colpiti da peste americana
  • Riconoscimento della peste americanaPeste europeaMalattia endemica della covata non percolata causata da uno o più batteri presenti in stato latente che colpiscono la covata soprattutto in stato di debolezza della famiglia o di mancanza di polline (generalmente la malattia insorge nei mesi primaverili).Il batterio (bacillo pluton e altri) attacca l’apparato digerente delle larve di 3-4 giorni e ne provoca la morte entro 2 giorni: dapprima la larva dell’ape assume un colore giallastro, quindi assume una posizione anomala all’interno dell’alveolo (non acciambellata ma con le estremità o il dorso rivolte verso l’alto, o arricciate); successivamente diventa bruno-nerastra e generalmente muore prima dell’opercolatura. La larva morta contiene un liquido di odore putrescente (o acido in caso di insorgenza del bacillo Streptococcus apis).

    Il contagio si diffonde con l’alimentazione delle larve fatta dalle api nutrici.

    Contrariamente alla peste americana, quella europea non genera spore e può essere curata con buoni risultati se la famiglia è forte e il contagio non è ancora in stato di avanzata propagazione, altrimenti e necessario procedere alla distruzione dei favi dell’alveare e alla disinfezione delle attrezzature e dell’arnia; le api possono essere travasate in una nuova arnia dopo un periodo di claustrazione di 2 giorni.

    Per la cura preparare e utilizzare immediatamente 1 grammo di streptomicina (diidromicina) in 1,5 litri di sciroppo d’acqua e zucchero al 50%, eventualmente spruzzando parte dello sciroppo direttamente sui favi senza irrorare la covata; quindi isolare la regina o sostituirla per provocare il blocco della covata.

    In breve:

    SINTOMI

  • covata irregolare
  • larve giallastre, in posizione anomala oppure morte e di colore bruno-nerastro
  • odore putrescente
  • scaglie bruno scuro aderenti agli alveoli che possono essere asportate dalle api

CURA SUGGERITA

a) per famiglie forti e contagio allo stato iniziale

  • somministrare 1 grammo di streptomicina (diidromicina) in 1,5 litri di sciroppo d’acqua e zucchero al 50%
  • isolare la regina per 15-20 giorni o sostituirla

b) per famiglie deboli o contagio avanzato

  • bruciatura dei favi di covata in buca di media profondità
  • clausura della famiglia per 48 ore
  • sterilizzazione dell’arnia mediante raschiatura, lavatura con acqua bollente e soda caustica al 10% e successivo passaggio alla fiamma
  • sostituzione dei favi bruciati
  • isolare la regina per 15-20 giorni o meglio, sostituirla
  • sterilizzazione degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma azzurra

Covata a sacco

Malattia provocata da un virus (moratura acetulae) che colpisce l’ape allo stato larvale; non è molto frequente: si può manifestare in primavera e regredire successivamente; generalmente rimane isolata e non provoca il contagio delle altre famiglie dell’apiario.

Vengono colpite le larve di covata opercolata, le quali muoiono e formano un sacchetto pieno di liquido; essiccando il sacchetto si trasforma in scaglie che possono essere asportate con facilità.

Il contagio si diffonde con l’alimentazione, delle larve operata dalle api nutrici. Colpisce sporadicamente un basso numero di larve in primavera e non rappresenta un grave pericolo per l’alveare: in genere scompare spontaneamente entro l’estate.

In breve:

SINTOMI

  • opercoli infossati
  • larve morte che formano un sacco pieno di liquido
  • scaglie aderenti agli alveoli che vengono facilmente asportate dalle api

CURA SUGGERITA

a) nessuna: regressione spontanea entro l’estate

b) in caso contrario, per famiglie deboli e contagio avanzato:

  • bruciatura dei favi di covata in buca di media profondità
  • clausura della famiglia per 48 ore
  • sterilizzazione dell’arnia mediante raschiatura, lavatura con acqua bollente e soda caustica al 10% e successivo passaggio alla fiamma
  • sostituzione dei favi bruciati
  • isolare la regina per 15-20 giorni o, meglio, sostituirla
  • sterilizzare gli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma azzurra

Vedi l’articolo dei prof.i Aulo Manino e Fausto Patetta tratto da “L’Apicoltore Moderno” Università di Torino, Osservatorio di Apicoltura “G. Angeleri”: Covata a sacco

Raffreddamento della covata

Il raffreddamento della covata avviene in seguito alla sproporzione fra covata e api adulte, le quali non sono sufficientemente numerose per riscaldare la covata. In genere accade in seguito ad una drastica riduzione della popolazione adulta dovuta a malattie o a intossicazioni, oppure ad interventi azzardati dell’apicoltore (prelievi eccessivi o inserimento improvvido di fogli cerei).

In breve:

SINTOMI

  • larve morte

CURA SUGGERITA

  • rinforzare la famiglia

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • aggiunta oculata di fogli cerei
  • riunione di famiglie deboli

Covata calcificata

Micosi originata dal fungo Pericystis apis che colpisce le larve nutrite con pappa contaminata dalle spore del fungo. Le larve muoiono dopo l’opercolazione e assumono un colore biancastro (più avanti tendono a diventare verde scuro) e l’aspetto del gesso o della calce (sembrano mummificati; da qui il nome di covata calcificata); le api asportano le larve morte che spesso sono visibili sul predellino di volo. La malattia non è molto frequente e si manifesta in genere in primavera e in autunno, in quanto umidità e calore favoriscono lo sviluppo dei funghi. Si consiglia di arieggiare l’arnia (per es. rimuovendo temporaneamente il cassettino test varroa) e di eliminarne l’umidità, eventualmente spostando l’arnia in luogo più asciutto. Se l’infezione è grave rimuovere i favi di covata colpita, rinforzare la famiglia ed eventualmente sostituire la regina.

In breve:

SINTOMI

  • larve morte e calcificate

CURA SUGGERITA

  • arieggiare l’arnia
  • rimuovere l’umidità
  • rimuovere i favi di covata eccessivamente colpita
  • rinforzare la famiglia
  • sostituire la regina

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma azzurra

Malattie dell’ape adulta

Acariosi

Il piccolo acaro Acarapis woodi (180 x 100 micron) è in grado di danneggiare fortemente la colonia; esso penetra nella trachea dell’ape per compiere il proprio ciclo biologico di circa 3 settimane; provoca l’ostruzione della trachea, degenerazioni muscolari, disturbi al sangue, lesioni interne, blocco della defecazione con gravi intossicazioni, riduzione progressiva della respirazione. L’insetto infettato non riesce a volare, diventa paralitico e infine muore.
L’acariosi colpisce prevalentemente in primavera e attacca solo le giovani api giovani, le quali sono più esposte perché non ancora protette dal pelame; essa si diffonde per mezzo dei fuchi, dei saccheggi, delle riunioni e delle sciamature. I segni più evidenti della patologia si manifestano in primavera, quando si possono notare evidenti segni della contaminazione osservando numerose api morte all’ingresso dell’arnia, perché la famiglia durante l’inverno non si è potuta riprodurre e ha subito numerose perdite.

Dopo l’infestazione dell’acaro varroa, questo tipo di acariosi passa quasi in secondo piano e, in genere, gli interventi fatti per la riduzione della varroasi fungono da cura anche per questa patologia. In caso di grave infezione è necessario sopprimere la famiglia (alla sera con gas solforico (anidride solforosa)); è possibile salvare i favi di miele e di covata opercolata, che può essere data ad un’altra famiglia (se si è sicuri che si tratti proprio di questa malattia).
Arnia e telaini possono essere riutilizzati dopo un isolamento di 20 giorni senza sterilizzazione.

Il miele non viene contaminato e può essere utilizzato normalmente.

In breve:

SINTOMI

  • api con ali divaricate (assumono la forma della lettera K)
  • api incapaci di volare, paralizzate e morte

CURA SUGGERITA

  • soppressione della famiglia mediante asfissia con gas solforico (pastiglia di zolfo bruciata) alla sera in presenza di tutta la famiglia

PREVENZIONE

  • analisi di laboratorio in presenza di api morte
  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma azzurra

Nosemiasi e amebiasi

La Nosemiasi è una patologia provocata da un protozoo (Nosema apis) che si riproduce nello stomaco delle api (ciclo di vita di 3-4 giorni, quindi trasformazione in spora di 3-5 micron), attaccandone i tessuti e provocando gonfiori, diarree, inettitudine al volo e debolezza generalizzata.

Si trasmette mediante spore che vengono ingerite insieme agli alimenti o all’acqua. La diffusione avviene per mezzo dei fuchi, dei saccheggi, delle riunioni e delle sciamature. Le spore, a seconda delle condizioni circostanti, possono vivere sino a 4-5 anni. In caso di grave infezione è necessario sopprimere la famiglia (alla sera con gas solforico (anidride solforosa)); il materiale deve essere trattato con acqua bollente e soda caustica e successivo passaggio alla fiamma.

Il miele può essere consumato dall’uomo ma risulta infetto dalle spore e può essere dato alle api solo previo riscaldamento a 60 gradi per almeno 10 minuti (Attenzione: il miele riscaldato ad alte temperature diventa tossico per le api).

Non vi sono metodi di cura se non quello, del tutto empirico, di alimentare l’alveare con sciroppo (3 parti di zucchero e una d’acqua) con aggiunta di acido acetico (aceto). La miglior soluzione rimane quella di intervenire a livello di prevenzione, avendo cura di mantenere basso il livello di umidità all’interno dell’arnia e di operare sempre in condizioni di igiene e pulizia, soprattutto in caso asportazione e reimportazione di favi (quelli infettati dalle deiezioni devono ovviamente essere rimossi ed eliminati).

L’amebiasi è una malattia molto simile alla nosemiasi (assieme alla quale spesso si manifesta) ed è dovuta ad un protozoo (Malpighamoeba mellificae) che infesta i tubi di Malpighi e blocca l’escrezione dell’ape colpita. Sintomi e cure sono analoghi a quelli della nosemiasi.

In breve:

SINTOMI

  • api deboli o morte
  • diarrea

CURA SUGGERITA

  • cura con sciroppo a base di acido acetico (aceto)
  • soppressione della famiglia mediante asfissia con gas solforico (pastiglia di zolfo bruciata) alla sera in presenza di tutta la famiglia
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma azzurra

PREVENZIONE

  • analisi di laboratorio in presenza di api morte
  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 20%, quindi passare alla fiamma

Mal di maggio

Affezione morbosa di non grave entità, che si verifica nel mese di maggio e che colpisce le api nutrici, le quali si muovono con lentezza e presentano il ventre gonfio. Non si hanno certezze sulle cause di questa malattia ma si presume che essa derivi da polline indigesto o tossico. Come rimedio si consiglia di aggiungere 1 gr di acido salicilico per ogni kg di sciroppo stimolante utilizzato per l’alimentazione primaverile.

In breve:

SINTOMI

  • api deboli, dal ventre gonfio o morte

CURA SUGGERITA

  • cura con sciroppo a base di acido salicilico
  • ridurre l’umidità interna all’alveare e verificare le condizione dei telaini con il polline

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 20%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma

Diarrea e dissenteria

Affezione di lieve entità, dalla quale le api guariscono generalmente da sole, entro pochi giorni. Normalmente si manifesta in inverno o in primavera a causa della prolungata dimora all’interno dell’alveare e dell’impossibilità di uscire per liberarsi delle feci (le api sane non defecano mai all’interno del nido; esse sono dotate di una grande capacità di ritenzione delle feci).

Queste malattie possono anche essere provocate da una cattiva alimentazione. Le api colpite dalla malattia non sono più in grado di trattenere le feci e le riversano all’interno del nido, sporcando i favi e il fondo dell’arnia.

La famiglia si indebolisce e, nei casi più gravi rischia di perire, anche perché la debolezza favorisce l’instaurarsi di altre malattie. La cura consiste nella sostituzione dei favi imbrattati, nella riduzione dell’umidità dell’arnia e nell’alimentazione: quest’ultima deve avere un contenuto d’acqua inferiore al 18%, perché si ritiene che l’eccesso d’acqua possa favorire la diarrea. Anche in questo caso è consigliata l’aggiunta di 1 gr di acido salicilico per ogni kg di sciroppo stimolante utilizzato per l’alimentazione primaverile.

In breve:

SINTOMI

  • deiezioni all’interno del nido

CURA SUGGERITA

  • rimozione o pulizia dei favi insozzati dalle deiezioni
  • cura con sciroppo a base di acido salicilico e a basso contenuto d’acqua
  • verificare l’umidità interna all’alveare e delle condizione dei telaini con il polline

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 20%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma

Mal nero

Affezione intestinale di non grave entità, dalla quale le api guariscono da sole.

Le api colpite dall’infezione perdono i peli del corpo e diventano di colore scuro, si grattano continuamente e infine cadono a terra o vengono espulse dal nido dalle altre api.

Generalmente la malattia regredisce in modo spontaneo, con l’arrivo della bella stagione e di raccolti abbondanti.

In breve:

SINTOMI

  • Api prive di peli e di colore scuro affette da prurito

CURA SUGGERITA

  • Alimentare adeguatamente e rinforzare la famiglia
  • verificare l’umidità interna all’alveare e delle condizione dei telaini con il polline

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 20%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma

Micosi

Le patologie provocate da funghi (aspergilli), dette anche micosi o muffe, colpiscono sia le api adulte che le larve (vedere ‘covata calcificata’).

Le api colpite appaiono piccole, mummificate o indurite e ricoperte dalle spore del fungo.

La malattia è favorita da calore e umidità, grazie ai quali i funghi si sviluppano. Questi tipi di patologie non sono molto gravi e in genere scompaiono rimuovendo l’umidità e arieggiando l’alveare e rinforzando le famiglie.

Prestare particolare attenzione ai favi con polline e verificare che non siano coperti da muffe.

In breve:

SINTOMI

  • api morte, calcificate o indurite e ricoperte da spore

CURA SUGGERITA

  • arieggiare l’arnia
  • rimuovere l’umidità
  • verificare lo stato dei favi con miele e polline ed eventualmente rimuoverli
  • rinforzare la famiglia

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli
  • sostituzione periodica e sterilizzazione delle arnie, dei melari e degli attrezzi con acqua bollente e soda caustica al 10%, quindi lavare con acqua e aceto e passare alla fiamma azzurra

Tarme della cera

Le tarme della cera sono parassiti dell’ordine dei lepidotteri che convivono normalmente con le famiglie d’api.

Si tratta di farfalle notturne (la più comune è la Galleria mellonella) che entrano negli alveari per deporre le uova (dalla primavera all’autunno) e permettere alle larve di nutrirsi della cera dei favi, scavando lunghe gallerie. Successivamente la larva si apparta in un bozzolo, si trasforma in farfalla e fuoriesce dall’alveare.

Le api ne tengono sotto controllo lo sviluppo e generalmente le tarme non provocano danni all’interno degli alveari.

La presenza eccessiva di queste larve, è sintomo di famiglia eccessivamente debole ed occorre rinforzarla o sopprimerla. In caso di morte della famiglia d’api, le tarme si sviluppano rapidamente: i favi si presentano avvolti da filamenti setosi e perforati da molte gallerie: vengono divorati per primi i favi di covata.

Le tarme provocano gravi danni se riescono a penetrare all’interno dei magazzini dove l’apicoltore deposita i favi di nido e di melario; per difendersi occorre servirsi di fumigazioni a base di anidride solforosa (pastiglie di zolfo) da ripetere in successione per colpire le larve dopo il periodo di deposizione. A scopo di prevenzione conviene ripetere il trattamento almeno una volta ogni 3/4 settimane durante il periodo di deposizione (dalla primavera all’autunno).

In breve:

SINTOMI

  • presenza di profonde gallerie nei favi del nido o del melario

CURA SUGGERITA

  • rinforzare la famiglia
  • se la presenza è riscontrata in magazzino impilate i telai entro arnie o melari, chiudetene la sommità e isolate con nastro eventuali spifferi; quindi affumicate dal basso utilizzando pastiglie di zolfo. Ripetete il trattamento ogni 3/4 settimane dalla primavera all’autunno

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli

Braula o “Pidocchio delle api”

La Braula coeca Nitzsch, comunemente detta “pidocchio delle api”, é un dittero privo di ali lungo circa 1,4 mm; si aggrappa alla peluria delle api facendosi trasportare nell’alveare dal quale sottrae prevalentemente gelatina reale: la sua presenza é infatti più rilevante sulla regina, sul dorso della quale si possono trovare anche 10/15 individui. La femmina di braula depone le uova (da maggio a luglio) all’interno delle celle di miele opercolato; dal momento della schiusa le larve prendono nutrirsi di polline scavando intricate gallerie; successivamente (intorno al mese di luglio/agosto) si trasformano in pupe e quindi sfarfallano diventando adulti (fra settembre e ottobre); alla primavera successiva si accoppiano dando origine ad un nuovo ciclo.

Normalmente le api si difendono da sole da questi insetti; l’apicoltore deve intervenire solo nei casi di forti infestazioni e in genere é sufficiente rimuovere dall’alveare i melari (portandoli a smelatura) e i favi contenenti le scorte di miele.

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Fig. 2 – Ape operaia infestata da Braula coeca Nitzsch.

Immagine tratta da “L’Apicoltore Moderno” Università di Torino, Osservatorio di Apicoltura “G. Angeleri”.

In breve:

SINTOMI

  • presenza di gallerie nei favi del nido o del melario
  • insetto visibile ad occhio nudo

CURA SUGGERITA

  • smelare i melari e togliere e fondere i favi contenenti le scorte di miele

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • rimozione dei telaini danneggiati contenenti scorte di miele

Vedi l’articolo del prof. Aulo Manino tratto da “L’Apicoltore Moderno” Università di Torino, Osservatorio di Apicoltura “G. Angeleri”: Braula

Aethina tumida

Si tratta di un piccolo scarabeo marrone scuro o nero ben visibile ad occhio nudo (circa 5 mm di lunghezza); è dell’ordine dei coleotteri e proviene dal Sudafrica. Al momento (2016) presente in Italia solo in Calabria e Sicilia, ma, data la rapida diffusione che ha avuto negli Stati Uniti, non è escluso che possa diffondersi su tutto il territorio nazionale e occorre prepararsi a combatterlo.

Il suo ciclo vitale è di circa 6 mesi: le femmine entrano nell’alveare, si nutrono di miele e polline e depongono le uova in modo irregolare nelle fessure dell’arnia, dalle uova nascono delle larve biancastre che raggiungono i 10 mm di lunghezza; esse si alimentano di miele e polline e scavano gallerie fra le celle per cibarsi di miele, polline, covata e api morte, danneggiando gravemente i favi fino a causare, nei casi peggiori, l’abbandono dell’arnia da parte delle api. Dopo 10-15 giorni abbandonano l’alveare per mutare in insetto: la metamorfosi ha una durata di 3-4 settimane e avviene a fior di terra, nei pressi dell’alveare. Successivamente lo scarabeo rientra nell’alveare per nutrirsi: dopo circa una settimana le femmine riprendono la deposizione e si compie un altro ciclo; nell’arco dell’anno si possono avere fino a 4 o 5 generazioni.

Il danneggiamento ai favi avviene prevalentemente per opera delle larve, le quali scavano gallerie simili a quelle della Galleria mellonella. L’unica soluzione sembra essere quella di mantenere in forza la colonia, affinché possa combattere da sé la diffusione dello scarabeo, eventualmente aiutandola collocando nell’alveare trappole costituite da stracci o da fogli in policarbonato all’interno dei quali si rifugiano i coleotteri e dai quali sono facilmente asportabili.

In breve:

SINTOMI

  • presenza di profonde gallerie nei favi del nido o del melario
  • coleottero visibile ad occhio nudo

CURA SUGGERITA

  • rinforzare la famiglia

PREVENZIONE

  • pulizia degli alveari
  • sostituzione dei telaini danneggiati o che presentano miele in fermentazione
  • sostituzione di almeno 2 telaini nido all’anno
  • riunione di famiglie deboli

Indicazioni generali

  • per qualunque tipo di patologia si consiglia la consultazione di un veterinario specializzato o di un tecnico apistico
  • agite con prudenza e prendete tutte le precauzioni del caso durante le operazioni di fumigazione e di pulitura con acqua calda e soda caustica; lavate bene l’arnia con acqua e aceto dopo il trattamento
  • ricordate sempre che tutto ciò che è tossico per i parassiti, seppure in misura minore, lo è anche per l’uomo
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